GUERRA (2)

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Guerra (1)

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Il volo di Jonathan (14/1)

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guerra 2

 

 

 

 

 

Andò, cauto, all’angolo della stalla e guardò fuori.

Una dozzina di uomini a cavallo, venivano in fila dalla parte opposta

della spianata, ed erano a non più di cento metri di distanza.

Cavalcarono sino alla casa.

Alcuni smontarono, altri rimasero a cavallo, mostrando che non avevano

intenzione di fermarsi lì a lungo. Sembrava che tenessero consiglio,

perché li udiva parlare concitati nella detestata lingua dell’invasore.

Il tempo passava, ma sembrava che non riuscissero a mettersi d’accordo.

Egli fissò la carabina alla sella, salì su, e attese impaziente, bilanciando

la camicia con le mele sul pomo della sella.

Udì un passo che s’avvicinava e affondò gli speroni così violentemente

nei fianchi del cavallo roano che questi mandò un gemito di sorpresa,

balzando avanti.

 

guerra 2

 

All’angolo della stalla vide l’intruso, un vero ragazzo di forse 19 anni

o 20 anni a giudicare dall’aspetto, il quale saltò da un lato per non

essere gettato a terra. Nello stesso momento il cavallo girò e il giovane

scorse, per un istante, gli uomini in allarme, davanti la casa.

Alcuni saltarono dai cavalli e poté vedere che portavano i fucili alla

spalla. Passò davanti la porta della cucina e oltre i cadaveri che

dondolavano all’ombra, obbligando i suoi nemici a correre intorno

la casa.

Risuonò un colpo di fucile, e poi un secondo, ma egli andava rapido,

piegato in avanti, basso sulla sella, con una mano tenendo stretto

il sacco di mele, con l’altra guidando il cavallo.

La staccionata era alta quattro piedi, ma egli, che conosceva il suo

roano, la saltò in piena carriera accompagnato da dispersi colpi di

fucile. Ottocento metri lontano era il bosco, e il cavallo percorreva

quella distanza a grande carriera.

 

guerra 2

 

 Ogni nemico ora sparava.

Sparavano così rapidamente che non udì più colpi di fucile individuali.

Una pallottola gli attraversò il cappello, ma non se ne accorse, ma s’

accorse quando un’altra pallottola colpì le mele sulla sella.

E trasalì e si piegò ancor più allorché una terza pallottola, sparata

bassa, colpì un sasso tra le gambe del cavallo e rimbalzò per l’aria,

fischiando e ronzando come un incredibile insetto.

I colpi si diradarono a mano a mano che i caricatori erano vuoti, e

ben presto cessarono del tutto.

Il giovane era come ebbro.

Era uscito illeso da quella straordinaria fucileria.

Si voltò a guardare.

Sì, avevano vuotato i caricatori. 

Poté vedere che alcuni ricaricavano l’arma.

Altri correvano dietro la casa per i loro cavalli. Mentre guardava,

due, già a cavallo, riapparvero e si lanciarono al galoppo. Allo stesso

momento, vide l’uomo dalla barba inconfondibile di color zafferano

inginocchiato per terra, che spianava il fucile, e freddamente

mirava per il colpo lontano.

 

guerra 2

 

Il giovane affondò gli speroni nei fianchi del cavallo, e ondeggiò nella

sua fuga per distrarre la mira.

Ma il colpo non veniva.

Ad ogni salto del cavallo il bosco si avvicinava.

Ormai non era a duecento metri e ancora il colpo tardava.

E poi udì l’ultima cosa che doveva udire, giacché morì sul colpo lì

dove stramazzò da sella. E quelli, guardando dalla casa colonica,

lo videro cadere, videro il suo corpo rimbalzare sul suolo e le mele

rosse spargersi intorno a lui.

Essi risero all’inatteso irrompere delle mele, della morte, della

rovina, e batterono le mani per plaudire il lungo colpo dell’uomo

…dalla barba color di zafferano.

(J. London, Guerra)

 

 

 

 

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LA STORIA LASCIO PARLARE

la storia lascio parlare

 

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Il grande male &

I sentieri di Jonathan

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Il motivo del sacrificio (1)  (2) & 

Sogni

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I sentieri di Jonathan (1)  &  (2)

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la storia lascio parlare

 

 

 

 

 

Per procedere a un primo esame, in vista di una successiva analisi

completa dei conflitti di nazionalità nel contesto dell’Impero Otto-

mano, è importante esaminare l’Islam e la sua cultura come uno

degli elementi che hanno maggiormente determinato la genesi e

l’aggravarsi di questi conflitti.

I precetti e i dogmi infallibili dell’Islam, interpretati e applicati nel

quadro dello Stato Ottomano e della sua organizzazione teocratica

che riuniva un gran numero di nazionalità non islamiche, si sono

rivelati delle cause durature di scontri tra queste nazionalità e i

mussulmani in posizione dominante.

 

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In questo senso, si può osservare che l’Islam non fu soltanto una

fonte di conflitti nazionali senza fine nei Balcani e nell’Armenia

turca, ma che costituì anche il nodo della Questione d’Oriente e,

in seguito, della Questione armena, la cui comparsa repentina

portò le affiliazioni e le opposizioni religiose al centro dei con-

flitti internazionali per decenni.

Sebbene l’Islam sia una religione, esso rappresenta anche per i

suoi adepti un modo di vivere che oltrepassa i confini della fede

e che invade il tessuto sociale e politico della nazione.

La tendenza dell’Islam alla divisione, all’esclusività e al senso

di superiorità – più potente della sua apparente tolleranza verso

le altre religioni – è dunque essenziale per capire la struttura di

un Paese multietnico dominato dall’Islam, qual era l’Impero Otto-

mano.

 

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Il carattere islamico della teocrazia ottomana è un fattore fonda-

mentale nell’ordinamento giuridico dello Stato ottomano. Il sul-

tano che esercitava il potere politico supremo, portava anche il

titolo di califfo (successore di Maometto) ed esplicava così la

funzione di sommo protettore dell’Islam.

Dunque, il sultano-califfo era investito di una missione: proteg-

gere il diritto dell’Islam, chiamato Shariya, che significa Rivela-

zione (delle leggi divine, così come esse sono state espresse dal

profeta Maometto).

La Shariya comprendeva non soltanto un insieme di precetti re-

ligiosi, ma anche un complesso dottrinale intangibile e infallibi-

le riguardante i doveri dei sudditi, che includeva norme giuridi-

che, le cui prescrizioni e i cui divieti valevano soltanto entro i

confini territoriali della giurisdizione dello Stato.

 

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Questo complesso dottrinale adottato dallo Stato ottomano sta-

biliva anche lo statuto dei non mussulmani all’interno della sua

giurisdizione. Lungi dall’essere una semplice teocrazia, il siste-

ma ottomano era un’organizzazione politica fondata sulla sotti-

missione, in cui i rapporti giuridici tra mussulmani e non mus-

sulmani erano governati dal principio inviolabile della subordi-

nazione degli uni e della superiorità degli altri e in cui perciò i

non mussulmani godevano di diritti sociali e politici limitati.

Il Corano, cardine della Shariya, comprende 260 versetti, la mag-

gior parte dei quali è stata formulata da Maometto a La Mecca;

essi prescrivono la Guerra Santa – la ‘Djihad’ – contro gli infedeli,

cioè contro coloro che non professano la ‘vera religione’, e di

‘massacrarli’….

 

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Inoltre, il versetto che afferma: ‘Che la religione non eserciti al-

cuna coercizione’ è sostituito e dunque annullato dal precetto

di Maometto di ‘fare la guerra agli infedeli e di essere severi

nei loro confronti’. 

 

 

 

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IL GRANDE MALE (& i giovani Turchi)

indietro nel tempo voglio ora tornare

 

 

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La storia lascio parlare &

Il motivo del sacrificio (1)  (2)

 

 

indietro nel tempo voglio ora tornare

 

 

 

 

 

Adducendo a pretesto atti di tradimento, di separatismo e altri

crimini analoghi imputati agli Armeni in quanto minoranza, le

autorità ottomane ordinarono la deportazione di tutta la popo-

lazione armena delle province orientali e sud-orientali dell’Im-

pero, per ragioni di sicurezza nazionale.

Questo era il risultato di un’azione concertata dalle autorità 

militari in accordo con il Comitato Centrale del partito ‘Ittihad’,

allo scopo di privare l’Anatolia della sua popolazione armena,

approfittando della guerra. Tale azione era legata a un lungo

processo deliberativo in cui erano coinvolti gli organi supremi

del partito, i militari, il Ministero degli Interni e i servizi di si-

curezza.

 

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Durante una riunione segreta, era stato messo a punto un pro-

gramma concreto che doveva servire da guida ai funzionari e

agli ispettori del partito incaricati di mettere in atto il piano di

genocidio. 

Nel 1915, il governo turco cominciò e portò a termine spietata-

mente un’operazione ‘infamante’, il massacro e la deportazione

generale degli Armeni dell’Asia Minore.

 

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L’eliminazione di questo popolo dalla carta dell’Asia Minore

fu quasi totale, per quanto potesse esserlo su così vasta scala.

E’ indubbio che questo crimine fosse stato pianificato e commes-

so per ragioni politiche e senza l’aiuto fondamentale di compli-

cità esterne come quella ben documentata della Germania.

Scopo e finalità erano quelle di liberare il suolo turco da un po-

polo cristiano che si opponeva a qualunque aspirazione turca,

che nutriva esso stesso delle ambizioni nazionali e che poteva

realizzarle soltanto a scapito della Turchia, e infine, cosa impor-

tante, era situato geograficamente tra la Turchia e i mussulmani

del Caucaso.

 

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L’ordine di deportazione fu seguito da una campagna segreta di

propaganda condotta dal Dipartimento del Ministero turco della

Guerra; questa campagna cercava di scagionare il governo turco

facendo ricadere tutte le colpe sugli Armeni, presentati come una

minaccia per la sicurezza nazionale.

 

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(Riporto una preziosa testimonianza per documentare i complici

e forse i mandanti che ispirararono questo genocidio. Non occor-

rono ulteriori commenti circa il ruolo futuro di questi stessi…

‘aguzzini’…)

 

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Il ragionamento del generale Bronsart….

 

Bronsart colpevolizza gli Armeni per giustificare il modo in cui

essi furono trattati durante la prima guerra mondiale.

Tuttavia, le vittime non sono soltanto accusate di atti provocatori,

ma sono anche denigrate dall’uso d’immagini degradanti, frutto

del pregiudizio e dello stereotipo.

Secondo questo ragionamento, gli Armeni avrebbero avuto solo

ciò che meritavano.

Vale la pena prendere in esame attentamente quest’atteggiamento,

poiché esso chiarisce i meccanismi psicologici che motivano tali

‘aguzzini’, e innescano i comportamenti sociali attraverso i quali

questa complicità sembra essersi sviluppata e in seguito giustifi-

cata. E’ evidente che l’ostlità del generale verso questa popolazio-

ne, (ed anche di singoli individui che presero le loro difese) an-

nientata non è diminuita nel corso degli anni del dopoguerra, ma,

al contrario, è rimasta la stessa.

 

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Come se si sentisse frustrato dal fatto che lo sterminio di questa

popolazione non sia stato totale, Bronsart continua ad accanirsi

sugli Armeni nel loro complesso. 

Uno dei metodi ch’egli impiega a questo scopo è quello di para-

gonarli agli Ebrei, denigrando pure loro:

 

Di fatto, gli Armeni sono come gli Ebrei, dei parassiti fuori dai confini

della loro patria (che non possono e debbono rappresentare), che succhia-

no il sangue del popolo che li accoglie. Ogni anno, essi abbandonano la

loro terra natale – come gli Ebrei polacchi che emigrano in Germania –

per darsi all’usura. E’ da lì che scaturisce l’odio che si è scatenato in 

forma medievale contro questo popolo sgradevole e che ha portato alla

loro eliminazione.

 

In altri passi, egli considera gli Armeni degli ‘agitatori’, giusta-

mente e pubblicamente detestati da un capo all’altro della 

Turchia, ben più dei ‘peggiori Ebrei’.

Estendendo il suo odio all’ambasciatore americano Morgenthau

che aveva tentato d’intercedere in favore degli Armeni, Bronsart

lo chiama con disprezzo l’ ‘Ebreo Morgenthau’.

 

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Con un gioco di parole, egli definisce gli Stati Uniti ‘Stati Uniti

corrotti’. Una delle ragioni di quest’invettiva era che, nelle sue

Memorie, Morgenthau aveva definito il generale Bronsart un

‘genio del male’, che si era immischiato nelle questioni dei

Turchi, influenzando alcune delle loro decisioni.

 

Un documento tedesco di quell’epoca rivela pure che il generale in questio-

ne voleva estendere le misure di deportazione anche alla popolazione greca!

Rimase lettera morta negli archivi tedeschi, questo appello…….?

(Vahakn N. Dadrian, Storia del genocidio armeno)

 

 

 

 

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