NUTRIMENTO DAI ‘FOTONI’ (37)

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I benefici della biodiversità delle piante (40/41)

Foto del blog:

Appie Bonis (1) &

Appie Bonis (2)

Da:

i miei libri

 

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Poiché sapeva che una candela accesa in uno spazio chiuso

si spegne spontaneamente dopo circa il 20% dell’aria è stato

consumato, Priestley concluse che gli animali e gli oggetti che

bruciano rendono l’aria impura, così che essa non può soste-

nere la vita animale.

Altre due osservazioni portarono però Priestley a compiere un

grande passo avanti. Innanzitutto, quando in un recipiente chiu-

so l’aria pura veniva sostituita con il contenuto delle bolle pro-

dotte dalla fermentazione della birra, oppure con l’ ‘aria impura’

prodotta dalla respirazione del topo o dalla combustione di una

candela, il sistema non era in grado di sostenere la respirazio-

ne di alcun animale.

 

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In secondo luogo, un topo confinato in quello spazio soffocava

rapidamente senza che l’aria presente nel sistema subisse ul-

teriori perdite di volume. Chiaramente, i campioni di aria sosti-

tuita erano privi di qualcosa di essenziale alla respirazione del

topo.

Poiché Priestley era convinto dell’unità delle forme viventi, si

aspettava che anche un ramoscello di menta, confinato in u-

no spazio chiuso, avrebbe, come il topo, reso l’aria ‘impura’.

Con sua grande sorpresa, invece, il ramoscello prosperò nel

contenitore chiuso, diventando ancor più vigoroso di un ramo-

scello simile, lasciato aperto.

 

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La grande scoperta, resa pubblica nel 1772, giunse quando

egli constatò che l’aria resa ‘impura’ dalla respirazione di un

topo o dalla combustione di una candela poteva essere ‘pu-

rificata’ da una pianta chiusa per qualche tempo nello stesso

spazio.

Questa scoperta portò Priestley a enunciare il principio gene-

rale secondo il quale tra la vita animale e quella vegetale esi-

ste una relazione di complementarità: mentre gli animali ren-

dono l’aria impura e inadatta al perpetuarsi della vita, le pian-

te la purificano, consentendo alla vita animale di prosperare.

E questo è, naturalmente, un altro modo per descrivere il rap-

porto reciproco fra fotosintesi e respirazione cui abbiamo ac-

cennato…

 

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Sebbene fosse convinto della fondatezza delle sue osserva-

zioni e della generalizzazione che ne derivava, Priestley am-

mise di essere sconcertato dall’incostanza dei risultati che

otteneva. Le sue piante, infatti, non sempre riuscivano a pu-

rificare l’aria impura. Priestley non scoprì mai il perché, ma

noi possiamo ipotizzare che nei diversi esperimenti le condi-

zioni di illuminazione non fossero costanti, e questo non solo

a causa della variabilità del tempo atmosferico o dell’ora della

giornata, ma anche perché probabilmente Priestley non si

preoccupava di eseguire gli esperimenti sempre nella mede-

sima zona del laboratorio.

 

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Il fatto che la luce avesse svolto un ruolo fondamentale negli

esperimenti di Priestley fu accertato nel 1779 da Jan Ingen-

housz, un medico olandese che durante un soggiorno in In-

ghilterra ripeté ed estese le osservazioni di Priestley. Pres-

sappoco nello stesso periodo gli esperimenti di Ingenhousz

furono ripetuti anche da Jean Senebier, un ecclesiastico

svizzero.

Partendo da quanto aveva osservato Priestley, e cioè che la

menta cresceva meglio nell’aria impura che all’aperto, Sene-

bier scoprì che l’aria impura aumentava le capacità purificatri-

ci della pianta in presenza di luce, e che lo stesso effetto ave-

va l’aria arricchita di una sostanza sconosciuta, che egli….

chiamò ‘aria viziata’.

 

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Pressappoco nello stesso periodo, Antoine Lavoisier e altri

chimici andavano fornendo informazioni sulla natura dell’ ‘aria

viziata’, dell’ ‘aria impura’ e dell’ ‘aria pura’. L’aria impura diffe-

riva da quella pura per due aspetti importanti: era priva di os-

sigeno ed era ricca di anidride carbonica, a sua volta identi-

ca all’ ‘aria viziata’.

Avvalendosi di questa nuova conoscenza e basandosi sulle

osservazioni di Senebier, Ingenhousz stabilì che l’aumento

del peso delle piante deriva dall’assorimento dell’anidride

carbonica presente nell’aria viziata.

 

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Questa scoperta confermò l’ipotesi formulata molto tempo

prima da Stephen Hales, che l’aria avesse un ruolo importan-

te nella nutrizione delle piante. Poco dopo, l’applicazione del-

le leggi della chimica quantitativa permise al botanico svizzero

Nicolas de Saussure di scoprire che nelle piante l’aumento di

peso secco superava di gran lunga il peso dell’anidride carbo-

nica assorbita.

E poiché le sue piante erano coltivate in acqua pura, egli ne

dedusse, rifacendosi a van Helmont, che l’acqua doveva es-

sere incorporata nella materia secca formatasi nel processo

di purificazione dell’aria.

 

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La grande scoperta finale arrivò nel 1845, grazie non alla chi-

mica, bensì alla fisica: Robert Mayer, un chirurgo tedesco che

aveva in precedenza enunciato la legge della conservazione

dell’energia, dimostrò che la combustione della materia orga-

nica prodotta dalla fotosintesi libera una quantità di energia e-

quivalente all’energia luminosa assorbita dalla pianta.

Un secolo e mezzo fa gli scienziati giunsero così a mettere in

luce la natura fondamentale della fotosintesi: un meccanismo

capace di convertire l’energia radiante del Sole in una forma

chimica immagazzinabile.

 

(fotografie di: Appie Bonis…)

 

 

 

 

 

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NUTRIMENTO DAI ‘FOTONI’ (37)ultima modifica: 2013-12-19T00:03:46+01:00da giuliano106
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