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Il 20 giugno 1942 il Battaglione di Polizia 101 ricevette l’ordine
di partenza per il terzo turno di servizio in Polonia; partirono
11 ufficiali, 5 amministrativi e 486 soldati.
Percorsero in camion più di 700 chilometri, arrivando qualche
giorno dopo a Bilgoraj, una città a sud di Lublino. Agli uomini
non era stato ancora comunicato che sarebbero stati ben presto
impiegati in attività genocide, ma forse qualcuno, soprattutto
tra gli ufficiali, cominciava a sospettare ciò che lo attendeva.
Dopotutto, il battaglione aveva già scortato alla morte gli ebrei
di Amburgo; gli ufficiali durante il secondo turno in Polonia,
avevano partecipato in prima linea all’applicazione della poli-
tica antiebraica dell’epoca; e molti, se non la maggioranza, era-
no certo al corrente degli eccidi di ebrei compiuti in Unione So-
vietica e in Polonia dai loro camerati.
Il comandante, il maggiore Trapp, ricevette il primo ordine di
eccidio con scarso preavviso rispetto alla data designata per l’
operazione. Il giorno prima convocò gli ufficiali a rapporto e
comunicò loro gli ordini, possiamo presumere che i comandan-
ti di compagnia non dovessero informarne anticipatamente i
soldati, ma evidentemente, non tutti seppero tacere.
(…..) A gruppi, i tedeschi trasferirono gli ebrei in camion dalla
piazza ai boschi nei dintorni di Jozefow, dove i poliziotti di
scorta ordinarono di saltare giù, e naturalmente, date le circos-
tanze, diedero loro una mano a fare presto. Era il loro primo
eccidio, ma stando alla testimonianza di questo assassino per
gli uomini del Battaglione 101 era già una cosa ‘naturale’ pic-
chiare gli ebrei.
Tanto naturale che il testimone ne fa cenno di sfuggita, non
considerando la cosa degna di attenzione o approfondimento.
Intorno a mezzogiorno agli uomini della I Compagnia, inizial-
mente gli unici assegnati alle fucilazioni, si aggiunsero elementi
della II, perché il maggiore Trapp prevedeva che altrimenti non
si sarebbe riusciti a portare a termine il massacro entro la sera.
L’aspetto materiale dell’eccidio finì quindi per essere condiviso
da un numero maggiore di uomini di quanto il maggiore avesse
progettato.
Le modalità precise del trasporto e delle esecuzioni furono lieve-
mente diverse da un’unità all’altra, e si modificarono nel corso del
la giornata. Per rimanere alla I Compagnia, i suoi plotoni si erano
divisi in squadre di circa otto uomini.
All’inizio la procedura seguiva più o meno questo iter:
la squadra si avvicinava a un gruppo di ebrei appena arrivati, all’
interno del quale ogni tedesco sciglieva la sua vittima – un uomo,
una donna, una bambina. Ebrei e tedeschi si avviavano poi insie-
me, in due file parallele in modo che ogni assassino marciasse al
passo con la sua vittima, fino a una radura, dove prendevano po-
sizione e attendevano dal caposquadra l’ordine di far fuoco.
La passeggiata nel bosco offriva a ognuno di quegli uomini un’
occasione di riflessione; camminando a fianco delle loro vittime,
essi potevano confrontare la figura umana accanto a loro con le
proiezioni della propria mente.
Qualcuno, naturalmante, aveva al fianco un bambino. E’ estrama-
mente probabile che a suo tempo, in Germania, questi stessi uomi-
ni avessero fatto passeggiate nei boschi con i propri figli, che cor-
revano accanto a loro pieni di allegria e curiosità.
Con quali pensieri, quali emozioni, potevano ora marciare, sbir-
ciando di continuo accanto a loro la figura, diciamo, di una ra-
gazzina di otto-dieci anni, che a un occhio non velato dall’ideo-
logia sarebbe apparsa identica a qualsiasi altra ragazzina?
Oppure vedevano soltanto un’ebrea, giovane certo, ma comun-
que un’ebrea?
Si chiedevano forse, increduli, con quale giustificazione si appres-
tavano a farle saltare le cervella?
O invece consideravano ragionevole quell’ordine, per la necessità
di stroncare anche sul nascere la minaccia ebraica?
Dopo tutto, quella bambina ebrea sarebbe diventata una madre
di ebrei.
L’eccidio vero e proprio fu raccapricciante.
Dopo la passeggiata nel bosco, ogni tedesco puntava il fucile alla
nuca di quello stesso volto, ora rivolto verso terra, che fino a un
attimo prima aveva camminato al suo fianco; poi schiacciava il
grilletto e rimaneva a guardare gli ultimi spasmi della vittima,
a volte una ragazzina, finché rimaneva immobile.
Occorreva restare impassibili di fronte alle grida, alle donne che
piangevano, ai bambini che strillavano. Sparando quasi a brucia-
pelo, capitava spesso che i tedeschi si insozzassero di materia
organica umana.
Il colpo di grazia raggiunse il cranio con tanta forza da strappare
via tutta la calotta posteriore, schizzando il tiratore di sangue,
schegge d’ossa e materiale cerebrale. Il sergente Anton Bentheim
riferisce che non si trattò di un episodio isolato, ma di una condi-
zione generale:
I boia erano spaventosamente coperti di sangue, materia cerebrale e schegge
d’ossa, che si attaccavano alle divise.
Nonostante l’esperienza visceralmente ributtante, sufficiente a tur-
bare anche il carnefice più incallito, questi neofiti del macello ritor-
navano a prendere nuove vittime, altre ragazzine, per l’ennesima
passeggiata nel bosco.
Per ogni nuovo gruppo cercavano una nuova radura.
(D. J. Goldhagen, I volonterosi carnefici di Hitler)